
Identità. Il mondo che ci abita
Dentro il tema curatoriale del primo anno di LOOP.
Qual è il ruolo della fotografia oggi?
Nella sua capacità di trattenere e rendere presente un frammento di mondo, la fotografia apre uno spazio di indagine: su ciò che ci viene posto davanti e, attraverso questo incontro, su noi stessi. Ogni immagine porta con sé la storia di chi scatta e di ciò che viene fotografato: persone, ambienti, contesti, memorie, rapporti. E poi c’è il fuori campo, tutto ciò che un’inquadratura esclude, ma che continua a determinarne il significato. Saper guardare significa anche interrogare queste presenze invisibili, riconoscere quanto del senso di una fotografia si costruisca oltre la sua superficie e in che misura questo abbia impatto su di noi.
In quello che vediamo, o riusciamo a intuire, cerchiamo spesso un legame, un’impronta riconoscibile, uno sprazzo di empatia. Ci chiediamo che cosa abbiamo davanti e come questo ci faccia sentire, ci influenzi, possa cambiarci. Le immagini ci offrono forme in cui riconoscerci, modelli da accogliere o da cui prendere distanza. Partecipano alla costruzione dell’identità: al modo in cui immaginiamo noi stessi, ci presentiamo agli altri e troviamo un posto dentro una storia condivisa.
Oggi questo processo attraversa una tensione evidente. Vogliamo distinguerci, affermare la nostra individualità, e insieme sentirci riconosciuti, accolti, parte di qualcosa. Quando i riferimenti comuni e le relazioni si fanno più fragili, anche la ricerca di immagini capaci di rappresentarci può esprimere il bisogno di colmare una distanza. Un volto, un ambiente, un gesto diventano occasioni per ritrovare una familiarità, riconoscere un’esperienza.
Intanto, le immagini scorrono. Le possibilità di mostrarci e osservare gli altri si moltiplicano; il tempo per comprenderci sembra contrarsi. Rischiamo di confondere la visibilità con il riconoscimento, l’esposizione con la relazione. L’indagine sull’identità riguarda allora anche il modo in cui usiamo e leggiamo le fotografie: quali scegliamo per raccontarci, quali ci attraggono, quali confermano le nostre convinzioni e quali riescono a metterle in discussione.
Questa ricerca accompagna da tempo la storia del medium. Nell’album familiare conserviamo volti, celebriamo legami, diamo continuità alla nostra storia. Ogni racconto nasce da una selezione: ciò che scegliamo di ricordare contribuisce a definire chi siamo. Già tra gli anni Venti e Trenta, gli autoritratti di Claude Cahun esploravano la pluralità del sé attraverso pose, travestimenti e fotomontaggi, facendo dell’immagine uno spazio in cui sperimentare identità che sfuggono a definizioni stabili.
Nel 1955, con The Family of Man al MoMA di New York, Edward Steichen proponeva un’appartenenza su scala umana: nascita, amore, lavoro e morte diventavano il terreno di un riconoscimento condiviso. Negli stessi anni, lo sguardo di Robert Frank, raccolto in The Americans, restituiva invece le fratture della società statunitense, le disuguaglianze e le distanze che attraversavano un’identità nazionale. La ricerca di ciò che ci accomuna si confrontava con le differenze e le contraddizioni del vivere insieme.
Negli anni Sessanta, Diane Arbus interrogava le convenzioni attraverso cui distinguiamo normalità ed estraneità, rendendo instabile la posizione di chi guarda. Dalla fine degli anni Settanta, Nan Goldin portava questa indagine dentro la propria vita: amici, amori e intimità componevano il ritratto di una famiglia scelta, esposta nella vicinanza, nella vulnerabilità e nel conflitto. L’appartenenza prendeva forma anche fuori dai modelli ricevuti, attraverso la testimonianza dei legami vissuti.
Su piani diversi, questi percorsi mettono a nudo qualcosa: la pluralità del sé, le contraddizioni di una comunità, la verità di un’esperienza intima. Lo fanno attraverso uno sguardo e una forma. Come scrive Susan Sontag in Sulla fotografia, «le fotografie sono un’interpretazione del mondo esattamente quanto i quadri e i disegni». Documentazione e interpretazione sono intrecciate fin dalle origini. Anche il racconto più diretto nasce da scelte che rendono visibili alcune realtà e ne lasciano altre ai margini.
Nel presente, questa indagine si confronta con un’esperienza delle immagini fatta di circolazione continua, riconoscimento rapido e immaginari condivisi. Accanto alla testimonianza diretta, la costruzione della scena, il colore, la poesia visiva e la scenografia offrono altre possibilità di racconto. I riferimenti alla cultura pop possono avvicinarci a un’immagine, farci sentire coinvolti, darci un primo terreno comune da cui entrare. La bellezza partecipa a questo incontro: suscita desiderio, crea vicinanza, può anche disorientare. Attraverso queste forme continuano a emergere domande su chi siamo, a che cosa apparteniamo e come abitiamo il mondo.
Riconoscere un codice, però, è soltanto l’inizio della lettura. Occorre chiedersi che cosa quel codice esprima, quali modelli riproponga, chi includa e chi lasci fuori. È qui che l’immediatezza dell’immagine può aprirsi alla profondità: quando ciò che ci attrae ci invita anche a interrogare le ragioni della nostra attrazione.
Da qui la scelta di Identità. Il mondo che ci abita, il tema della prima annualità di LOOP: un’indagine sulle identità personali, storiche e sociali, sulle loro trasformazioni e su ciò che le mette in relazione. Una ricerca proposta in una chiave pop, leggibile e contemporanea, senza gerarchie rigide tra i linguaggi. Dal ritratto al paesaggio, dal documentarismo all’allegoria, dalla posa all’improvvisazione, lo sguardo comprende persone, ambienti e altre forme di vita: anche il rapporto con ciò che ci circonda partecipa a definirci.
Il racconto prende forma nell’incontro tra ciò che l’immagine porta con sé e ciò che ciascuno vi riconosce, proietta e mette in discussione. LOOP invita a concedere alle fotografie il tempo di diventare domande. E a restare davanti a quelle domande abbastanza a lungo da riconsiderare anche il modo in cui vediamo e raccontiamo noi stessi.

